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La testimonianza di chi ha scelto di amare

Ho capito a otto anni che cosa volessi fare da adulta. Ed era una cosa grande: aprire una casa d'accoglienza in Argentina per aiutare i ragazzi in difficoltà”. Il racconto che Maria Paola Caiata, un’ex allieva della Parsifal di Lugano, fa ai ragazzi della scuola media inizia dalla scintilla che l’ha portata a vivere per tanti anni in Brasile tra favelas e ragazzi abbandonati.

Maria Paola, lo scorso mercoledì, ha incontrato gli studenti della Parsifal per raccontare loro la sua storia. Un lungo viaggio iniziato da una tragedia sfiorata: “Durante una ricreazione un mio compagno di origini latinoamericane voleva buttarsi dalla finestra perché non riusciva a sopportare la sua situazione familiare”.

Un sogno, quello di aiutare i meno fortunati dell’America meridionale, che a quella bambina sembrava troppo grande: “Quasi me ne vergognavo, furono i genitori a prendermi sul serio e a spingermi a verificare se davvero volevo trasformare il sogno in un percorso e poi in una scelta di vita”.

I ragazzi ascoltano e pensano ai loro sogni. Forse alle medie non è più tempo di pompieri e astronauti, ma più che all’utile si guarda ancora con appassionata sincerità all’ideale. E qualcuno avrà fatto tesoro della via seguita da Caiata. “Ho iniziato a risparmiare – prosegue l’ex allieva delle Scuole San Benedetto - ho frequentato la Parsifal, il liceo e l’università; il bello è che non mi sono mai considerata un’amante dello studio, ma quando si ha un obiettivo chiaro vien voglia di imparare”.

Dopo il liceo la prima esperienza in una favela. “Speravo nell’Argentina o nell’America Latina in generale: tutto, ma non il Brasile. Ovviamente il Brasile fu l’unica possibilità che c’era. Nove mesi in condizioni tragiche, in una della 180 favelas di Belo Horizonte, circa 400 km a nord di Rio de Janeiro, al fianco di una missionaria italiana lì da cinquant’anni che ha aperto asili dove vengono accolti bambini dai sette mesi ai cinque anni. Qui mangiano (cosa non sempre possibile a casa) giocano (invece di stare sulla strada dove spesso iniziano a trasportare droga per racimolare qualche soldo per la famiglia) e vengono lavati”.

Ciò che colpisce più profondamente i ragazzi presenti alla testimonianza è “che si possa essere felici anche in quella situazione”, “che qualcuno vada fino a lì per aiutarli”; per qualcuno a Lugano sarebbe più facile: “Stiamo bene, abbiamo tanto, qualcosa si può dare. Invece lì anche chi non ha nulla presta aiuto a chi gli sta vicino”. Hanno capito il perché: “Prima non si aiutavano, ma quando sono venute persone come la missionaria e Maria Paola hanno visto che era bello e hanno iniziato a farlo anche loro” è la sintesi che i ragazzi fanno della testimonianza di Caiata.

“In ogni asilo in cui ho lavorato ci sono due assistenti sociali che oltre a seguire i bambini diventano amici dei genitori: li aiutano a capire quanto loro siano importanti per i figli e quanto i figli siano importanti per loro. Come i loro piccoli anche madri e padri, spesso immersi in situazioni difficili fatte di droga e violenza, hanno bisogno di sentirsi guardati e voluti bene; quando lo sperimentano riescono a cambiare il loro sguardo su sé stessi – spesso si credono senza valore – e sui figli. Gli assistenti sociali conoscono bene questa dinamica: tanti di loro hanno frequentato da piccoli questi asili e lì hanno conosciuto la gioia di aiutare che oggi trasmettono”.

Dopo questo racconto ai ragazzi non suona assurda l’ultima riflessione di Caiata: “La favela è un posto brutto, ma è anche un luogo dove si vive e ci si aiuta in modo impressionante. Per questo ci si può innamorare, come è successo a me, anche di luogo così”.

La scuola è un’avventura da vivere insieme!

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Li aiutiamo a mettere a frutto i loro talenti.
Li educhiamo alla responsabilità e all’impegno.